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Santiago non esiste

Santiago non esiste.

 

È un luogo dell’anima. Santiago esiste solo nella testa di chi vive la strada per arrivarci, a piedi. Magari portando il peso del proprio zaino sulle spalle, e dei propri pensieri giorno, dopo giorno, dopo giorno. Esiste nel cuore di chi ha i chilometri nelle scarpe, nello zaino e nella testa. Esiste nei ricordi di chi ha visto molte albe proiettare ombre lunghe davanti ai propri passi e ha cercato di raggiungerle, finché il sole non era alto, per poi continuare a camminare, sopra la propria ombra piatta, ingigantita dallo zaino.

 

A Santiago non c’è niente. C’è una cattedrale, dove si venerano i resti di un santo, che forse non è mai arrivato là, né da vivo né da morto. Ma per qualche motivo o scherzo della storia, che si mescola con la leggenda, a Santiago ci sono le spoglie di qualcuno e abbiamo tutti deciso di credere che sia San Giacomo apostolo, che dorme da secoli in quel lembo di terra, che oggi chiamiamo Galizia.

 

Santiago è come un film muto senza sottotitoli. È come una festa paesana di un paese sconosciuto, di cui non conosci la cultura e la lingua, e non puoi capire, e non c’è niente di male.

 

Quando arriverai in quella piazza, passando sotto l’arco, si spalancherà anche te la vista, inaspettata, perché Santiago, anche se non esiste, ti coglie di sorpresa: l’arco sbuca sulla piazza, ma devi camminare ancora un po’, fino al centro della piazza per vederla: la cattedrale. Ma se non lo farai a piedi, vedrai solo un mucchio di persone, felici, sorridenti, commosse, stanche, distrutte, zoppe, con la pelle bruciata dal sole, persone che cantano e si abbracciano, che si fanno le foto, che fanno video con la go pro, che usano il selfie stick.

 

Ma Santiago non esiste senza i chilometri che la precedono.

 

Perché tu non sai che quella ragazza con lo zaino verde, che si fa fotografare a piedi nudi di fronte alla cattedrale, il primo giorno non era neppure riuscita a valicare i Pirenei, non sai come le lingue d’asfalto che entrano dentro le città bruciano nei piedi dei camminanti, o quanto può sembrare lunga una strada dritta di periferia, o infinita una salita,  e soffocante un’area industriale, non sai quanto è difficile a piedi con tanti chilometri dentro le scarpe fare il giro di una rotonda per attraversare sulle strisce. Partire al mattino che non è ancora del tutto giorno, ma già piove e sai che forse non ti asciugherai fino a sera. Non sai come ci si sente a vedere i paletti segnaletici con su scritto che mancano 300 km a Santiago. Non sai come bruciano negli occhi dei camminanti le giornate di sole nelle Mesetas, dove non ci sono alberi per riparare il corpo e il cuore, i campi di grano che ti fanno compagnia i primi 20 km, dopo poco vorresti solo che  finissero e invece dura giorni e giorni, di pensieri martellanti e passi che sembrano tutti uguali. Il paesaggio ti entra dentro e lo sguardo si perde dentro, come il paesaggio.

 

Santiago non esiste per te che non hai la strada nella testa, solo se guardi bene i volti di chi arriva, capirai che a Santiago c’è qualcosa, che se ascolti bene, potrai almeno capire che non stai capendo nulla.

 

Dopo 8 anni dal mio cammino di Santiago mi sono trovata a lavorare come guida e accompagnare un gruppo lungo un breve viaggio a tappe sul cammino di Santiago. Questa volta non ho camminato molto, mi sono occupata della logistica, sono arrivata a Santiago in furgone. La trepidante attesa di tornare, di sentire sulla pelle e nel cuore di nuovo l’energia del cammino si è ben presto spenta, e dopo un paio di giorni ho finalmente capito che Santiago non esiste.

 

Solo la cornamusa, che sotto l’arco non smette mai di cantare, mi ha regalato un brivido quasi dimenticato, una sensazione vivida, tipica dei ricordi prepotenti, come di una città mitologica.

 

Allora direi che Santiago non esiste, c’è solo una cornamusa, tutto il resto è dentro la testa delle persone.

 

cammino di santiago, Mesetas