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La sirenetta

Sono di Copenaghen. Per alcune persone che non ci sono mai state, si potrebbe dire che io “sono Copenaghen”. Sono la sirenetta di Copenaghen.

 

Vedere passare la storia non è per niente facile, ho visto passare molti decenni, a dire il vero, seduta qui. Durante tutti questi anni mi sono capitate tante di quelle avventure, che in qualche modo mi hanno cambiata, anzi, diciamo che non sono più la stessa.

 

Sono nata all’inizio del secolo scorso dall’amore, o almeno credo… colui che mi ha creata mi ha plasmata ad immagine e somiglianza della propria moglie, della quale mi piace pensare che fosse innamorato, voglio credere che fosse profondamente affascinato dalle sue forme, che la ritenesse la donna più bella che potesse desiderare di ammirare ed imitare, e non che semplicemente avesse bisogno di un modello. Da allora sono sempre rimasta qui, al porto di Copenaghen, a vedere la navi e le persone passare, senza mai sentirmi sola, perché come si dice, non si sente il bisogno di vedere il mondo se il mondo viene da te, e io ne ho viste di cose accadere.

 

Potrei raccontarvi tante storie di quello che ho visto e sentito da qui, quello che ho sentito sussurrare gli uni agli altri, a chi è passato di qui. Potrei raccontarvi del giorno in cui persi la testa. No, non mi sono innamorata di un giovane passante. Me la hanno segata e portata via. Non fu più ritrovata e ho dovuto accontentarmi di una copia fedele. Era l’inizio degli anni ’60. I soliti attivisti di quei tempi, esponenti di non ricordo quale movimento! Dopo a malapena vent’anni una nuova mutilazione, mi è stato portato via un braccio, il destro mi pare, ma stavolta non c’era nessun ideale dietro questo gesto scellerato, solo un atto di vandalismo. Me lo riportarono pochi giorni dopo, non era proprio la stessa cosa, fortuna che sono mancina e che tra l’altro non mi muovo mai.

 

Era il 1990 quando hanno di nuovo tentato di tagliarmi la testa, ma non ci sono neppure riusciti, visto che non posso provare dolore, ormai trovo quasi avvincenti questi avvenimenti. Vedere il volto di chi compie questi atti da vicino, sentire cosa si dicono mentre lo fanno, quale ingegno usano per cercare di compiere la loro grande impresa. Sarei curiosa anche di capire il perché. Ma ci sono molte altre cose che non capisco di quelli che vedo passare, e forse sapere perché vogliono tagliarmi la testa non è la più importante. Trovavo molto interessante anche il fatto che i giornalisti venissero a farmi le foto, scrivessero articoli su di me, le istituzioni ogni volta esprimessero le loro opinioni e il loro dispiacere per il verificarsi di certi eventi.
Questo tentativo fallito mi provocò una ferita sul collo profonda 18 centimetri, tanto che fu deciso di portarmi via e di sostituirmi. Perciò vi dico che da allora non sono più la stessa.
Adesso sono un blocco di metallo massiccio, scolpito in un unico pezzo. Pensate che questo sia bastato a far si che mi lasciassero in pace? Che smettessero ti tentare di mutilare il mio corpo, che veglia sul porto, anelando al mare senza poterlo avere, mai. Di nuovo dopo otto anni si sono portati via la mia testa e sono rimasta senza per un mese. Negli anni mi hanno imbrattato la faccia con la vernice e mi hanno fatta esplodere per staccarmi dalla roccia alla quale vivo attaccata. Poi sono sempre tornata qui.

 

Credete che mi faccia male vedere che le persone trattino così il mio corpo?

 

C’è qualcosa che forse sarà difficile comprendere, per voi uomini di questa epoca, è una sorte che condivido con altre importanti opere in giro per il mondo, ed è qualcosa che fa più male, ad una statua, dello scempio del proprio corpo: l’indifferenza dei passanti.

 

Moltissime persone vengono qui ai miei piedi, forse molte più di prima. Vengono qui e mi fotografano, ma più che altro si fotografano, le loro faccione in primo piano e poi io, sullo sfondo, che guardo l’orizzonte come se nulla fosse, non fotografano più me, ma se stessi vicino a me. Non sono più io la protagonista, ma sempre loro, instancabilmente al centro dell’obiettivo e io non posso muovermi, non posso andarmene da questa roccia, non posso neppure gridargli di smetterla, non posso neanche girarmi verso di loro. Non posso uscire da quelle fotografie, sfondo obbligato di vuoti sorrisi. Ricordo che non verrà ricordato, perché affidato alla memoria, alla memoria SD, però.

Io sto lì, senza averlo scelto e senza potermi sottrarre. Loro tutto il giorno schiamazzare e a far la fila per farsi una foto davanti a me. La cosa più terribile però è un'altra:  mi fotografano, ma hanno smesso di guardarmi. Prima lo facevano, si avvicinavano a me, mi giravano intorno, posavano gli occhi sulle pieghe del mio corpo, ammiravano le mie forme. Ho visto gli animi più sensibili e sognatori soffermarsi a lungo su di me, immaginando chissà cosa? Forse gli occhi del mio artefice scorrere bramosamente le nudità della sua amata, per poi riportarle fedelmente sulla materia che voleva plasmare. O forse cercavano di scorgere dove e verso cosa volgessi il mio sguardo fisso all’orizzonte? O forse sono io che ho immaginato tutto questo?

 

Adesso non più. E questo fa più male di ogni cosa, capite come ferisce il mio orgoglio di creatura meravigliosa, nata da mani sapienti, come può una statua sopportare di non essere guardata? La naturale dose di esibizionismo che mi caratterizza come opera d’arte.

 

Allora io vi dico che non voglio più restare qui.

 

Dove sono finiti i ragazzi con la dinamite? Vi prego tornate da me, sdradicatemi da qui e portatemi in un luogo tranquillo, da dove possa vedere il mare, dove vengano forse solo pochi passanti al giorno ma che almeno mi osservino. O forse gettatemici nel mare, perché sia finalmente mio, dopo tanto averlo sospirato, voglio stare sul fondo del mare, che siano solo i pesci adesso che vedo passare.

 

 

 

 

<O forse gettatemici nel mare, perché sia finalmente mio, dopo tanto averlo sospirato, voglio stare sul fondo del mare, che siano solo i pesci adesso che vedo passare>

 

 

 

 

 

Da un ricordo di Copenaghen, marzo 2016.

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